L’orrore della guerra, di ogni conflitto, attraversa la nuova messa in scena de I Persiani di Eschilo firmata da Àlex Ollé, che riporta la più antica tragedia greca al Teatro Greco di Siracusa dopo 23 anni. Il regista spagnolo, tra i direttori artistici de La Fura dels Baus, fonde il testo classico con arti visive contemporanee e inserti di musica elettronica, rendendo il dramma un potente specchio del presente.
La scenografia essenziale di Alfons Flores ruota attorno a un enorme tavolo che evoca un comitato di crisi: attorno ad esso si muovono leader politici e vertici militari, simboli di un potere accecato dalla propria hybris, incapace di leggere la realtà e destinato alla disfatta. Un maxischermo amplifica i primi piani degli attori, trasformando la mimica facciale in un linguaggio drammaturgico che porta il dolore universale dentro la dimensione privata.
La regia introduce tre testimonianze contemporanee che irrompono dalla cavea: una giovane vedova che denuncia la guerra che le ha portato via l’amore; un soldato del Sud sopravvissuto ma devastato dall’orrore; una madre che attende un figlio disperso, sospesa tra speranza e lutto. Voci che rendono esplicito il messaggio: la guerra è una sconfitta per tutti.
